Il progetto per i “servizi sociali per i lavoratori del porto di Napoli” detto anche “casa del portuale”, lavoro eseguito tra il 1968 e il 1980 a Calata della Marinella nella Zona Est del porto di Napoli, sancisce il riconoscimento dei comportamenti irrazionali, della libertà di espressione e della multidisciplinarietà in netta simbiosi con l’idea di una “città che accade”.




Il cemento armato e le geometrie sono i cardini della sua dialettica, strumenti che certamente stupiscono per i loro effetti scenografici ma che rendono l’architettura completamente aliena dalla storia culturale e naturale dei luoghi.


In quest’opera di Aldo Loris Rossi si individuano alcuni archetipi insediativi, quasi forme logiche supreme sospese tra onirico e reale dove la gravità viene sfidata da sconnessioni dialettiche ed elementi di disturbo, ripetizioni e differenze opposte spesso all’ordine gerarchico e alla normalizzazione.


«la facciata di una casa deve scendere, salire, scomporsi, entrare e sporgere secondo la potenza di necessità degli ambienti che la compongono»
“Le torri” crescono in verticale come metafore dell’assoluto e superamento del linguaggio omologato e della leggi inderogabili.
Assumendo una visione in larga scala, risulta evidente nel processo ideativo dell’architetto napoletano come la casa del portuale fu sia un orgoglioso manufatto isolato ad elevato valore scultoreo, sia per intero o comunque in parte coerente con l’idea di “città-struttura”, un’unità urbana a sviluppo verticale polifunzionale e policentrica che si autogoverna in simbiosi con le leggi della natura. Una città laica, mortale e sociale.

Con lo specifico obbiettivo di ridurre al minimo l’uso del territorio, la mega-struttura propose volumi dedicati a vari programmi sovrapposti su diversi livelli: uffici, abitazioni, vendita al dettaglio, piazza sopraelevata, ristorante e spazi ricreativi.
Dai dati reperiti si può asserire che al livello più basso si trovavano gli uffici, le aree di servizio e le attrezzature; altri uffici e le abitazioni occupavano i livelli intermedi, mentre il ristorante si trovava al livello più alto.

Il primo lotto dell’edificio concretizzò, quindi, i principi espressi dall’architetto napoletano e volle proporsi come frammento della nuova metropoli. Nel secondo lotto, separato ma integrato al preesistente con un passaggio aereo, concepisce con esso un insieme organico di rapporti spazio-funzionali. Esso è articolato intorno a nuclei strutturali e impiantistici che determinano i punti fissi della matrice.

La facciata diventa filtro delle tensioni ed involucro praticabile, la poetica dei contrappunti vede i dodici cilindri corrispondenti ai collegamenti verticali opposti, in un gioco formale e funzionale, alle piastre orizzontali contenenti le singole funzioni.


«La visione scatolare, a pacco, è superata. Non ci interessa più l’epidermide, vogliamo conoscere ossa e organi» (A.L.Rossi)
I tagli profondi per accentuare la verticalità e la drammatizzazione plastica, come l’inserimento di volumi fortemente aggettanti dalla sagoma si misura ancora oggi in un contesto scenografico (spesso) degradato.

«Lo squallido, degradato contesto litoraneo di Calata della Marinella, privo di parametri creativamente significativi, viene animato da un oggetto pioneristico, spettacolare, eversivo, che sembra reclamare un riscatto ambientale.


L’immagine urbana del futuro conquista da sempre l’uomo e il suo inconscio, dà forma e sostanza ai sogni, esorcizzando paure nascoste e dubbi remoti. “La casa del portuale” non è, forse, la concretizzazione di un immagine fantastica apparsa in sogno.