martedì 11 agosto 2015

Hotel Santa Chiara, Venezia


Svelato l'ampliamento dell'Hotel Santa Chiara in piazza Roma, a pochi passi dal ben più eclatante ponte di Calatrava. E divampano le polemiche per l'ennesimo intervento che deturperebbe Venezia.


Ma è davvero così? 






LO SCANDALOSO RADDOPPIO DELL’HOTEL SANTA CHIARA
Abbiamo visto circolare le prime immagini dell’Hotel Santa Chiara di Venezia, all’indomani del suo dibattuto ampliamento, prima ancora che l’attenzione mediatica raggiungesse il picco. Una volta ottenute delucidazioni, ci siamo trovati in una posizione imbarazzante: eravamo gli unici a pensare che l’intervento architettonico non fosse così male come lo dipingevano? Vero è che si sta valutando l’edificio attraverso le sole immagini, quando il manufatto è tridimensionale se non “4D”, nel momento in cui se ne considera l’esperienza attraverso il tempo: un’architettura va percorsa, lungo tutti i suoi assi e in tutta la sua estensione, e la più completa delle sue immagini è di fatto una ricostruzione mentale.



Se la riflessione sul lavoro appena inaugurato ha quindi un limite contingente, sembra però che molta della polemica sorta attorno all’hotel abbia una limitazione immateriale, che lo stesso impedisce di guardare all’opera di per sé. Sui giudizi espressi, pesa insomma l’immagine di Venezia come entità storica e in qualche modo astratta: la sua storia, la sua gloriosa tradizione e via dicendo.

Non ci si spiega altrimenti il parere di Salvatore Settis, che Gian Antonio Stella riporta sul Corriere della Sera: “È una schifezza che offende Venezia, offende i veneziani, offende tutti coloro che nel mondo amano la città. Non hanno neppure cercato di render meno invasiva questa intrusione. Vergogna, vergogna, vergogna!“.


Fa strano, perché in realtà l’allestimento della mostra Portable Classic curata da Settis proprio a Venezia – in una Fondazione Prada la cui sede altro non è che il settecentesco Ca’ Corner della Regina – poggia proprio sul contrasto (drammatizzato dall’illuminazione) tra l’antichità e scelte espositive che nulla fanno per nascondere la loro contemporaneità. È una scelta critica anche questa, nel momento in cui l’apparato espositivo e la disposizione degli stessi oggetti ne influenza la ricezione.

Ma è un altro contesto, si potrebbe obiettare. Vero, motivo per cui invece di discutere sulla bellezza o bruttezza dell’hotel, così rivisitato, preferiamo “leggere” l’intervento alla luce della letteratura critica sulla conservazione – e l’integrazione – dei beni architettonici. Cercando di controbilanciare il giudizio ideologico espresso altrove su questo edificio, esaminandone più pragmaticamente le caratteristiche e mettendole a confronto con le buone pratiche emerse durante il dibattito, tuttora in corso.



LA RELAZIONE FORMALE TRA VECCHIO E NUOVO
Prima di procedere a una lettura – che poggia anch’essa su basi ideologiche, inutile negarlo – abbiamo provato un piccolo esperimento. Abbiamo scelto una delle immagini disponibili del nuovo intervento, senza che la fotografia desse troppi indizi sul contesto della città lagunare e quindi sull’immaginario a essa collegata, sottoponendola al giudizio di un conoscente dall’occhio allenato, in quanto artista visivo, ma a digiuno di qualsiasi teoria architettonica e urbanistica. Gli abbiamo chiesto cosa vedesse, e ne pensasse.


La risposta ha confermato in realtà le prime impressioni: “Il contrasto è palese, ma dopo la prima occhiata non mi disturba affatto. Si vede che i due edifici [i due corpi dell’hotel, n.d.r.] hanno la stessa forma [il perimetro della facciata] e altezza, le finestre sono allineate, solo che la parte storica è tondeggiante e aggraziata mentre l’altra è più schematica e lineare. La struttura nuova sembra la radiografia di quella vecchia, sembra voglia dichiarare come concepiamo e costruiamo oggi quello stesso edificio, ma forti della lezione che rappresenta“. L’affermazione del conoscente si è conclusa a sua volta con una domanda: “Sono due edifici collegati internamente, vero?”

Ecco, possiamo già dare per pacifiche due o tre caratteristiche di questo intervento, dato che letteralmente saltano all’occhio (se si è disposti a un’osservazione puntuale). Prima tra tutte, la dichiarazione estetica, già all’esterno, di una funzione intrinseca all’edificio: è un ampliamento, sì, è la stessa architettura ma accresciuta.


GLI ENUNCIATI DI GUSTAVO GIOVANNONI A INIZIO NOVECENTO

Questa esplicitazione si basa su un confronto critico tra il nuovo progetto e l’edificio storico: gli architetti Antonio Gatto, Maurizio Varratta e Dario Lugato ne hanno studiato forme e proporzioni, quote e volumi prima di elaborare la propria proposta. Che è dichiaratamente contemporanea, ma non per questo si dissocia dal contesto; sarebbe più corretto definirlo un con-tributo critico.
Qui ci si può riagganciare a un’affermazione di Gustavo Giovannoni – architetto, storico dell’architettura e docente di Restauro dei monumenti, attivo nella prima metà del Novecento – il quale, già nel 1903, elaborava una teoria del restauro architettonico; a proposito del “completamento di antiche linee“, richiedeva di adottare “materiali diversi dai primitivi e sagome d’inviluppo e ornati schematici in modo da ottenere un effetto sintetico senza l’inganno dell’imitazione precisa“. Per giunta, nel caso in cui fosse prevista una costruzione completamente nuova, la stessa teoria “vuole che l’opera appaia tutta moderna, valendosi di espressioni semplici e aderenti alla costruzioni, quasi elementi neutri che non aggiungano forme stilistiche né in armonia né in contrasto“.

 
VENEZIA: CITTÀ VIVA O MUSEO DELLE CERE?
Ora, ritornando anche al parere che riportato più sopra, dovremo concordare che l’ampliamento dell’Hotel Santa Chiara è quanto di più semplice si possa concepire, tanto da essere stato definito riduttivamente “un cubo“. Allo stesso modo, abbiamo rilevato come in realtà le forme stilistiche siano aderenti alla costruzione originaria.
Resta da discuterne la neutralità (o il suo contrario). Questo, però, è un giudizio che per nessuna architettura può essere espresso all’indomani della messa in opera. Come già detto in precedenza, la preponderanza della dimensione materiale – e della stessa funzione – degli edifici ne stabilisce un ciclo di vita ben più evidente che nel caso di “oggetti” d’arte; per cui non solo un manufatto architettonico sorge, ma si assesta rispetto alle condizioni dell’ambiente, invecchia e decade, spesso senza che si possa far altro che rimandare il più a lungo possibile l’insorgere dello stadio successivo.
Se adesso l’ampliamento dell’hotel balza all’occhio, non è tanto per i suoi caratteri estetici, la sua bellezza o bruttezza: è perché è nuovo, è un innesto in un tessuto urbano che, come tale, provoca una evidente lacerazione. Per qualsiasi organismo “vivente”, il successo di un intervento invasivo non si decreta guardando la ferita ancora fresca; sul medio periodo, però, già si può valutare se la cicatrizzazione lascerà o meno segni troppo evidenti.

Lì si riconosce la “buona mano” di chi ha condotto l’operazione. Se – come crediamo – i materiali dell’edificio reagiranno positivamente allo scorrere del tempo, perderanno quella lucentezza tipica dell’essere nuovi di zecca; a quel punto, le forme neutre e la stessa colorazione “impersonale” dell’edificio dovrebbero portare l’intervento a passare percettivamente in secondo piano rispetto alla preesistenza, i cui caratteri formali sono – e così è giusto che restino – ben più evidenti perché sottolineati da aggetti, cornicioni e contrasti cromatici.


A questo punto, se la vergogna rilevata da Settis in questo edificio sta nel suo essere dichiaratamente attuale – per quanto sobrio e persino umilmente posto nel solco dell’architettura già data – il dibattito culturale sta inconsciamente condannando Venezia a diventare un museo a forma di città, più di quanto già non sia.
Ma, nei musei, non solo non dormono i turisti: non ci dorme nessuno. Sono il regno dell’inanimato, degli oggetti morti in quanto estromessi dalla nostra dimensione quotidiana, perché culturalmente abbiamo preso coscienza di una cesura del nostro presente rispetto a quel passato. Perfettamente all’opposto di un tessuto urbano e di qualunque architettura lo componga, che dovrebbe invece evolversi in risposta alle esigenze di chi lo vive; portando avanti il dialogo con la dimensione storica e culturale, che pure costituiscono premesse imprescindibili dell’identità sociale e sono tanto più vive quanto meno le si declina al tempo passato.


Caterina Porcellini