giovedì 12 marzo 2015

TAKASHI MURAKAMI - ISTERICAMENTE FELICE



TAKASHI MURAKAMI non è semplicemente un artista, ma un fenomeno culturale, l’interprete e il divulgatore di un Oriente ancora esotico che ingloba, stravolge e travisa ogni alterità, partorendo la prospettiva di un futuro sempre in procinto di compiersi.










Potreste pure giocare una partita, calciando il suo pallone-gadget, in edizione limitata, che sfoggia un’ilare margherita al posto degli esagoni bianco-neri. Vi costerebbe qualcosa meno di 400 dollari. Da riluttante studente d’arte (uno studio intrapreso dopo aver deciso di non essere un disegnatore di manga capace), Murakami è divenuto l’artista nipponico più noto all’estero, e il portavoce di una generazione e di una cultura, fra autismo e infantilismo, che caratterizza il Giappone contemporaneo e la sua immagine nel mondo.




La sua attività artistica, teoretica e manageriale, lo ha imposto in pochi anni fuori e dentro i confini nazionali (dal 2002 dirige Geisai, la maggiore fiera d’arte giovane del Paese, da lui stesso creata).
Una molteplicità che illumina non solo sull’evoluzione del suo lavoro, ma anche su numerosi topoi della cultura giapponese contemporanea che Murakami ha accuratamente esplorato nella sua produzione d’artista e saggista.





FENOMENOLOGIA DEL DOB: IL KAWAII E IL SUO CONTRARIO

Dopo aver prodotto alcuni lavori di matrice concettuale, nel ’93 Murakami crea il proprio alter egomanga, un personaggio chiave che non lo abbandonerà mai: il DOB, una specie di Mickey Mouse, privo di muso, spesso rappresentato dalla sola testa sferica.
Il DOB sarà il primo di una lunga serie di figure kawaii. Il termine, traducibile con carino, indica “uno stile, un’estetica, una moda giovanile.