venerdì 27 febbraio 2015

Auto che scompaiono: Ghost Parking Lot


Nel 1978, in un anonimo parcheggio presso lo shopping center “Hamden Plaza” ad Hamden (Connecticut), venne realizzata un’opera affascinante e unica nel suo genere: il Ghost Parking Lot, ad opera dei SITE di James Wines.








Si tratta di un bellissimo esempio di opera d’arte “site-specific”, che ha una particolare forza espressiva proprio nel suo essere inserita in un contesto urbano generico, banale ed anonimo: venti automobili – selezionate presso autodemolitori della zona tra modelli degli anni ’60 e dei primi ’70 – sono inglobate nel manto di asfalto a profondità differenti, dalla massima esposizione fino all’affioramento di poca parte del padiglione.

Le “auto fantasma” occupano in modo apparentemente casuale altrettante piazzole di parcheggio: l’asfalto asseconda la forma dei veicoli, permettendo all’osservatore di individuare facilmente le diverse marche e modelli. L’aspetto è quello di un parcheggio che sta via via facendo scomparire, o meglio assimilando delle auto a caso tra quelle effettivamente in sosta.

James Wines in un’intervista sul web ricorda che il proprietario del centro commerciale ‘Hamden Plaza’ era un appassionato d’arte, e commissionò a SITE nel 1977 una sorta di installazione di arte pubblica, da collocare in un’area prossima al mall. Venne lasciata massima libertà a SITE sia sul soggetto che sul design dell’opera. “Uno entra nell’area di un centro commerciale e si aspetta di vedere delle auto sul – e non nel – parcheggio.

E’ qualcosa che stravolge le tue aspettative. Vedi qualcosa che ha a che fare con quel luogo, ma in un modo non convenzionale”.
La potenza evocativa del “Ghost Parking Lot” – e di buona parte dei lavori dei SITE tra gli anni ’70 e ’80, come i dirompenti supermercati BEST per l’illuminato committente Lewis – giocava sull’archetipo del feticismo americano nei confronti del movimento, dell’automobile e del dinamismo da shopping-mall. Tale archetipo subisce poi l’inclusione di interessantissime variabili “incontrollabili” – tipiche della firma – costituite dai concetti di indeterminatezza, ambiguità, entropia, instabilità e inversione di senso, applicati con particolare maestrìa nel rapporto tra oggetto e contesto.





Ben oltre l’architettura intesa come costruzione dello spazio, l’opera di SITE si fa vettore di un messaggio che si rivolge direttamente all’intelletto, o meglio al subconscio. Un atteggiamento colto, fuori dagli schemi del post-moderno allora in pieno vigore teorico, così ai margini della disciplina propriamente architettonica e proprio per questo tanto più degno di nota.


Purtroppo, uno dei più riusciti esempi di introduzione di ‘concetti staminali’ come intelligenza, ironia, sarcasmo retorico e culturale proprio laddove diventano più dirompenti, cioè a stretto contatto con l’oggetto ideale della loro azione critica (la banalità del mall e del suo ipertrofico parcheggio), non esiste più: dopo anni di progressivo deterioramento dovuto ad una scarsa manutenzione e all’inaspettato quanto nefasto utilizzo delle ‘auto fantasma’ come trampolini per le evoluzioni notturne degli skaters, nonostante svariati tentativi e proposte di restauro finiti nel nulla, quest’opera decisamente low-tech – fatta di reali automobili ricoperte di un sottile strato di cemento a spruzzo ed asfalto – è stata definitivamente demolita il 21 settembre 2003.

Il motivo ha l’aria della beffa: l’esigenza di ulteriori parcheggi.
Peccato. Se ad Hamden si percorre la Dixwell Avenue, sul luogo che ospitava il Parcheggio Fantasma si potrà osservare una banalissima pertinenza esterna con posti auto standard nei pressi di un centro commerciale. Si è tornati allo stato dei luoghi prima del 1978, i “fantasmi” sono scomparsi.




Potremmo dire che i tempi sono cambiati, che il business e il suo tritacarne sembrano aver definitivamente vinto la loro battaglia. Nessuno si aspetta più di poter “consumare arte” anche in un mall di periferia.
Ma ci piace pensare che anche questo fosse previsto nel ciclo di vita dell’opera – la quale, stando alle parole dello stesso Wines, non era mai stata pensata per durare in eterno. Che cioè, alla fine, le inquietanti auto fantasma siano state definitivamente assimilate (se non materialmente, almeno sotto il profilo concettuale) dal parcheggio dello Shopping Mall, e che il gesto, la sensibilità dell’artista le abbia semplicemente fissate per qualche tempo, in una sorta di istante congelato: un fermo-immagine durato, per nostra fortuna, qualche lustro. Prima della definitiva smaterializzazione.


Oggi resta solo il ricordo sfocato di un opera unica, un “gioco fantasioso, sfrenato, esplosivo, in un luogo in cui la gente normalmente non si sognerebbe mai di pensare”.

spacelab