mercoledì 2 aprile 2014

New Museum of Contemporary Art, New York


Nello scorso dicembre è stato inaugurato il New Museum of Contemporary Art di New York, progettato da Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa/SANAA.


La nuova struttura, incastrata nel tessuto commerciale dell’East Village, sorge in un isolato della Bowery street all’altezza di Prince strett, in una zona ancora non raggiunta dall’ondata della riqualificazione urbana ed edilizia che sta ridisegnando tutta la downtown di Manhattan.





Il museo sorge infatti in una zona periferica rispetto al centro della vita culturale patinata delle gallerie di Soho o di Chelsey, per una precisa scelta programmatica della direzione del Museo.
Questa istituzione nata nel 1977 dalla espulsione dallo staff del Whitney Museum della sua storica direttrice, Marcia Tucker (1940-2006), che decise di dare vita ad un nuovo contenitore per la produzione e la comunicazione dell’arte contemporanea, aprendo a Soho la prima sede di quella che sarebbe stata l’istituzione di riferimento per l’arte contemporanea alternativa ai movimenti ospitati nelle grandi istituzioni museali americane.



In linea con la sua tradizione al momento di dover procedere alla realizzazione di una nuova e più adatta sede per le proprie manifestazioni, la direzione del New Museum ha scelto una zona di New York ancora fuori dalla grande ondata di rinnovo che ha investito Manhattan dopo l’11 settembre 2001 e, non volendo ricorrere alle grandi firme dell’architettura contemporanea che negli ultimi anni hanno conquistato la scena architettonica della città, ha individuato una rosa di architetti emergenti ma già di sicuro talento ed esperienza tra cui ha organizzato una consultazione sul progetto della nuova sede da inaugurare nell’anno del trentesimo anniversario della fondazione.



Dal confronto tra David Adjaye, SANAA, Abalos & Herreros, Reiser + Umemoto, Gigon Guyer, sono riusciti vincitori Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa/SANAA anche perché sono riusciti meglio ad interpretare lo spirito informale di grande apertura dell’istituzione museale. Sejima e Nishizawa ricevono l’incarico nel 2002 consapevoli di confrontarsi con un sito molto problematico, su cui non nascosero grandi perplessità insediative, e con un quadro di esigenze molto volatiti e difficili da interpretare.


L’isolato scelto per il nuovo edificio è strettamente incastrato all’interno di una corona di piccoli edifici commerciali non particolarmente qualificati lungo la Bowery street, una delle direttrici di traffico più intenso del sud di Manhattan, ma praticamente in asse con Prince street che ne permette una visione prospettica centrale anche a molti isolati di distanza La cellula individuata per il museo ha delle dimensioni planimetriche veramente minime, circa 21 metri per 35, su queste dimensioni ridottissime Sejima e Nishizawa hanno anche deciso di non utilizzare tutta la cubature disponibile, derivante dai quasi 55 metri di altezza dell’edificio, per realizzare un sistema di volumi molto più articolato di quanto non avrebbe consentito la completa saturazione volumetrica del sito.



Questa scelta si è rivelata vincente perché ha permesso massimizzare le superfici espositive mantenendo le chiusure verticali quasi completamente opache, aprendo tagli di luce in diversi punti sfruttando le articolazione dei volume dell’edificio.


La configurazione spaziale dell’edificio è definita dalla giustapposizione di sette piccoli volumi sovrapposti in maniera apparentemente disordinata; la non perfetta sovrapposizione dei volumi è l’espediente trovato per permettere di portare la luce naturale all’interno dei volumi interni quasi completamente opachi.


L’unico elemento di continuità strutturale e fisica tra le sette scatole è il blocco delle comunicazioni verticali.Le piccole dimensioni dell’edificio e il sistema costruttivo adottato hanno permesso di ottenere tutti i sette piani completamente liberi da elementi verticali, ottimizzando in questo modo la flessibilità degli spazi espositivi.


La realizzazione si presenta di una semplicità quasi brutale, la nettezza dei volumi è accompagnata dalla nettezza della soluzioni tecniche scelte per la realizzazione dei vari elementi.La struttura portante a gabbia in acciaio è tutta dislocata lungo il perimetro dell’edificio, le tamponature verticali sono realizzate con un sistema sandwich leggero assemblato a secco che funziona anche da supporto per la lamiera in alluminio espanso anodizzato che, grazie alla sua morfologia, riflette la luce naturale creando effetti cromatici diversi che variano al variare delle ore del giorno e delle condizioni del cielo, andando dal bianco assoluto al grigio dell’alluminio naturale, passando anche dalle sfumature rosate del tramonto o al grigio piombo nella visione radente dal piano stradale.


La foratura della lamiera permette attraverso una sapiente illuminazione radente notturna di accendere quasi l’intero volume dopo il tramonto, illuminando buona parte di un intorno urbano altrimenti molto poco vivace.Il trattamento delle superfici esterne è declinato in vari modi per realizzare gli elementi delle finiture interne di partizioni verticali ed orizzontali; sono infatti realizzati con lo stesso materiale, semplicemente variando la dimensione della foratura della lamiera, i controsoffitti e i rivestimenti di alcune delle partizioni verticali e gli elementi di arredo del bookshop e del desk di accoglienza.


L’utilizzo diffuso di questa maglia di alluminio crea un atmosfera vagamente nebulosa e lunare negli ambienti interni, accentuata dall’uso degli apparecchi illuminanti fluorescenti a luce fredda posizionati dietro le lamiere forate che funzionano anche da diffusori, rafforzandoo ancora di più la mancanza di polarizzazione della luce.




Quasi tutti i pavimenti sono realizzati con un battuto di cemento industriale finito con una resina trasparente; questo trattamento accentua ulteriormente la ricercata mancanza di polarizzazione e l’informalità degli spazi necessaria a concentrare l’attenzione dei visitatori sulle opere e sulle istallazioni.



Sejima e Nishizawa hanno affermato di non voler nascondere la natura dell’edificio dietro degli schermi artificiali, cercando di gestire con sincerità e in armonia con la nudità degli spazi espositivi la presenza della struttura dell’edificio e di tutte le sue parti di servizio; si intravedono gli apparecchi illuminanti, gli elementi dell’impianto antincendio, le linee dell’impianto elettrico e i canali del condizionamento, gestiti “massimizzando il sentimento della franchezza, realizzandoli nel modo migliore possibile pur rimanendo nei parametri della durezza.”



Il programma dell’edificio si presentava abbastanza complesso dovendo contenere sia gli uffici che gli spazi espositivi del museo e i servizi ai visitatori nei circa 5.500 metri quadri dell’intervento.


Il programma è stato interpretato semplificando molto l’organizzazione delle funzioni contenute, cercando di destinare ad ogni livello una funzione in modo da ottimizzare la gestione degli spazi. L’edificio si presenta come una successione di scatole di dimensioni comparabili ma tutte differenti sovrapposte e slittate l’una sull’altra in maniera non ordinata; lo slittamento tra un volume e l’altro porta ad avere superfici, altezze interne e volumi differenti per ogni piano, offendo differenti opportunità fruitive ed espositive.


Il livello di accesso sulla Bowery è tenuto completamente aperto sulla strada, delimitato da una facciata continua da solaio a solaio realizzate con delle vetrazioni ultrachiare che garantiscono una perfetta visibilità tra interno ed esterno, tanto da dare l’effetto di continuità fisica tra l’atrio e lo spazio pubblico del marciapiede; questo effetto è ulteriormente esasperato dal trattamento del pavimento dell’atrio realizzato con un battuto di cemento ricercatamente non uniforme nella grana e nella resa cromatica.


Al piano terra si trovano, in continuità con l’atrio, dedicato alla fondatrice del museo, Marcia Tucker scomparsa nel 2006, il book shop e la caffetteria del museo. Da una scala aperta nel solaio del piano terra quasi come una faglia luminosa, si accede al piano interrato dove si trovano il piccolo auditorium del museo da 180 posti e i servizi per i visitatori.


Proprio i bagni dei visitatori sono l’unico elemento iperdecorato di tutto l’edificio; i rivestimenti sono infatti realizzati con un estetizzante mosaico coloratissimo rosso e grigio che riproduce degli enormi fiori di ciliegio.


I tre piani successivi sono dedicati alle sale espositive che presentano tutte condizioni di allestimento simili ma rfiuscendo a garantire una illuminazione ambientale differente; il gioco di sfalsamento dei volumi del museo conduce la luce nei vari piani in maniera sempre diversa moltiplicando le vocazioni espositive degli spazi.

Il terzo livello è l’unico che si apre al visitatore con una ampia vetrata verso l’ovest di New York, interrompendo per poco la continuità visiva dell’esposizione, permettendo al visitatore di ritrovare il contatto con l’ambiente esterno, da qui si accede ad uno spazio espositivo molto drammatico, più ridotto degli altri ma alto circa 7 metri, progettato per ospitare istallazioni di grandi dimensioni con condizioni di luce naturale molto variabili.



Al quinto e al sesto livello si trovano gli uffici e le funzioni didattiche del museo, mentre al settimo una spettacolare sala polifunzionale – la Toby Devan Lewis Sky Room - che si apre su un’ampia terrazza; questo spazio è stato concepito per ospitare gli eventi straordinari del museo.



Nelle gallerie e in tutti gli spazi di comunicazione del museo gli elementi della struttura sono visibili, i controventamenti della gabbia strutturale, verniciati di bianco come tutti gli elementi tecnici del museo o semplicemente lasciati con il loro trattamento ignifugo a vista, fanno capolino tra le aperture dei lucernari e degli infissi, senza alcun pudore, come hanno affermato i progettisti “Noi vogliamo che l’edificio si mostri per quello che è.


Questa franchezza è una costante come la franchezza del New Museum e riflette la sincerità della società di ogni giorno si muove lungo la Bowery.”


L’impatto del New Museum sul visitatore è certamente di grande effetto, il nitore della luce e della materia messa in campo a contrasto con la polverosa architettura commerciale della Bowery è sicuramente affascinante, ma la ieraticità dell’assoluta e ricercatissima mancanza di dettagli, il minimalismo brutale delle finiture e l’informalità del trattamento delle superfici, forse avrebbero meritato una maggiore cura nella loro realizzazione.


Forse la realizzazione dell’edificio non ha saputo interpretare a pieno il rigore del progetto di SANAA che avrebbe necessitato di una maggiore puntualità nella realizzazione dell’informalità del dettaglio minimo.


Questa condizione di aleatorietà tecnologica nella realizzazione di alcune soluzioni potrebbe condizionale la durabilità di alcuni elementi volutamente poco complessi.

È comunque evidente come la volontà di sottolineare la singolarità programmatica del New Museum rispetto alle altre istituzioni museali newyorkesi e americane in genere, abbia trovato in questa edificio la sua piena realizzazione.


amedeoliberatoscioli