sabato 12 ottobre 2013

Miami, la villa di Versace venduta per 41,5 milioni di dollari


Gianni Versace. Un uomo in un titolo, perché Gianni era la parte timida, riservata e delicata. Versace il genio, l’avanguardia, lo stilista preferito delle star – e non solo – negli anni ’90. In entrambi i casi era però “lo stilista dal cuore elegante” e dal sorriso disarmante.



Miami, la villa di Versace
venduta per 41,5
milioni di dollari





La “Casa Casaurina", dove viveva e fu ucciso, nel 1997 lo stilista italiano dall’ex modello Andrew Cunanan è stata venduta. A comprarla la Vm South Beanche, una società che eroga mutui. Secondo gli esperti il prezzo per l’immobile è sopravvalutato:


la casa sconta la folla di turisti in pellegrinaggio


New York, 17 settembre 2013 - La vendita ha fruttato meno della metà dei 125 milioni di dollari ipotizzati in un primo tempo. Ma complice l’aurea di Gianni Versace, Vm South Beach ha comunque sborsato 41,5 milioni di dollari per “Casa Casaurina”. E soltanto così ha battuto l’altro concorrente in lizza, Donald Trump, per la sfarzosa villa neorinascimentale su Ocean Drive, a Miami, in Florida. Un prezzo è considerato alto, tenendo conto degli standard del mercato immobiliare della Florida, certamente inferiori a quelli della California o della città di New York.


Vm South Beanche è una società che eroga mutui. Uno dei suoi principali azionisti, Joe Nakash - titolare del marchio di abbigliamento Jordache e proprietario del Victory Hotel -non esclude di chiedere il diritto di utilizzare il nome Versace e di ritrasformare la villa, già usata in passato in albergo, in resort di lusso.


Gianni Versace comprò la villa 20 anni fa per 10 milioni di dollari e ne spese altri 30 per rendere la magione la più elegante e desiderata del lungomare di Miami. Mattonelle con mosaici italiani, una piscina intarsiata d’oro, 10 stanze da letto e 11 bagni caratterizzano l’immobile dove il confine tra lo sfarzo e il kitsch è molto labile. Fu proprio qui, nel 1997, che lo stilista italiano fu ammazzato dall’ex modello Andrew Cunanan.


L’ultimo proprietario era stato l’imprenditore delle telecomunicazioni Peter Loftin. Il quale sborsò agli eredi Versace 19 milioni di dollari nel 2000 per aggiudicarsi la proprietà.


In un primo tempo ci abitò con la famiglia, quindi ne fece un albergo, riportando la villa ai fasti degli anni nei quali ci viveva lo stilista ed era una meta ambita per il weekend da principesse come Lady Diana o cantanti come Madonna ed Elton John.
Una volta finito in bancarotta, tra gli atri beni, Loftin ha dovuto rinunciare anche a Casa Casaurina.



In un primo tempo era stata messa in vendita per 125 milioni di dollari, quindi si è scesi a 75 milioni per poi arrivare alla cifra finale di 41,5 milioni.
Secondo gli esperti il prezzo riconosciuto per l’immobile è sopravvalutato. La casa sconta la folla di turisti che ogni anno vengono in pellegrinaggio a Ocean Drive per vedere la casa dove è stato ucciso Versace.


Rispetto ad altre ville principesce, e con le sue “sole” 10 stanze da letto, è troppo piccola per renderla un albergo redditizio. Con un pizzico di malizia, Jorge Uribe, vicepresidente vicario di Sotheby a Miami, ha fatto notare: “Chi l’ha comprata non l’ha presa come prima abitazione”.



Il misterioso killer di Versace – Andrew Cunanan


Miami Beach, Florida, mattina del 15 luglio 1997. Dopo avere bevuto un espresso e letto i giornali italiani al “News Café”, Gianni Versace, 50 anni, il grande stilista a capo di un impero stimato 560 milioni di dollari, ritorna alla sua lussuosa villa in Ocean Drive. Gianni aveva comprato “Casa Casuarina”, una vecchia villa dei quartieri alti di Miami, e speso milioni di dollari per ristrutturarla. Adorava quella fastosa dimora d’Oltreoceano, dove si sentiva tranquillo e al sicuro, tanto da non ritenere necessarie guardie del corpo o sistemi antiallarme. 


Mentre sta infilando la chiave nella serratura della porta, risuona una voce maschile: «Gianni…». Lui si volta e in una frazione di secondo crolla a terra, ucciso da due pallottole sparategli in testa. L’assassino è un bel ragazzo in shorts grigi e maglietta bianca.



Il compagno di Versace, Antonio d’Amico, accorso al rumore degli spari, cerca di inseguire il giovane, che lo fronteggia con l’arma spianata e gli intima di andarsene, ma non fa fuoco. Successivamente si rifugia in un parcheggio sotterraneo nelle vicinanze, dove la polizia ritroverà una Chevy rossa al cui interno ci sono vestiti insaguinati e un passaporto USA con il nome di Philiph Cunanan. 


L’FBI scatena una gigantesca caccia al killer di Versace. Sui “Wanted” – ricercato – affissi ovunque si specifica che l’uomo è armato ed estremamente pericoloso. Il 25 luglio, il custode di una grande barca attraccata al porto, ad appena due isolati da “Casa Casuarina”, entrando nell’imbarcazione per un controllo capisce che un intruso è salito a bordo. Mentre l’uomo si precipita fuori per chiamare la polizia, sente uno sparo proveniente dall’interno. I poliziotti accorsi, dopo avere intimato all’occupante di uscire, e avere atteso per cinque ore – strano, questo lungo lasso di tempo – iniziano a sparare gas lacrimogeni all’interno della barca. E visto che nessuno compare, alle ore 21 fanno irruzione.


Troveranno Cunanan morto, disteso supino, con addosso solo i boxer. Si è sparato in bocca con un calibro .40, la stessa arma che ha ucciso lo stilista italiano. Questa, almeno, la versione ufficiale degli inquirenti.
Santo Versace ha escluso categoricamente che suo fratello Gianni e Cunanan si conoscessero. Qualcuno ha parlato anche di una possibile vendetta della mafia americana, legata a chissà quali oscuri traffici che avrebbero visto coinvolto il grande stilista, e quindi Cunanan avrebbe ucciso su mandato, ma niente è emerso a suffragare questa ipotesi.


Tre giornali inglesi che l’hanno sostenuta saranno querelati dalla famiglia Versace e costretti a pubblicare le loro scuse e pagare i danni. Appare credibile, per contro, che a far scattare il raptus assassino nei confronti di un personaggio giunto in cima alla piramide del successo, amico di vip e teste coronate – dalla principessa Diana a Elton John, da Madonna a Carolyn Bessette, moglie di John John Kennedy – sia stata l’invidia paranoica. Gianni Versace impersonava infatti tutto quello che Andrew Cunanan aveva disperatamente inseguito, senza riuscirci: fama mondiale, disponibilità economiche quasi illimitate.
Ma sulla morte del killer di Versace continua, ancora oggi, ad aleggiare un punto interrogativo. È stato davvero lui a spararsi o sono state le forze dell’ordine a farlo, ma in modo che risultasse un suicidio agli occhi dell’opinione pubblica? E in tal caso, perché? Non vogliamo però addentrarci su un terreno che esce dalla nostra competenza. Vediamo, invece, in sintesi, il profilo del giovane pluriassassino.
Andrew Philiph Cunanan nasce a San Diego, California, il 31 agosto 1969 alle 22.41, ultimo di quattro figli. È un bel bambino, molto intelligente, che a sei anni legge già la Bibbia. Frequenta la Bishop School, un istituto di élite a La Jolla, mostrando fin da giovanissimo una personalità narcisista, decisa a emergere a tutti i costi dalla massa, grazie al fisico attraente. Poserà, ad esempio, come modello di Calvin Klein per un album fotografico della sua scuola. Di lui i compagni dicono che è uno «nato per non essere dimenticato».


Il padre, di origine filippina, dopo aver prestato servizio in marina, finisce nel mirino della legge per truffa e fugge dagli Stati Uniti per rifugiarsi a Manila: la sua famiglia è ridotta sul lastrico. Andrew, che ha 19 anni, interrompe gli studi e raggiunge il genitore nella capitale delle Filippine, ma ci resta poco, disgustato dalle condizioni precarie in cui vive il padre. Agli inizi degli anni ’90 Cunanan è ormai una figura di spicco nella comunità gay di San Francisco: cena nei ristoranti più lussuosi, veste abiti firmati e si mantiene facendo lo gigolò per accompagnatori benestanti. Oltre alla bellezza fisica è dotato di charme, carisma e buona cultura. Ma, a detta dei suoi occasionali amanti, è anche un tipo che ha un maniacale bisogno di mettersi in mostra, di provare agli altri che lui “vale”, che lui “è qualcuno”. Gli piace anche assumere identità diverse, facendosi credere una star di Hollywood o un ufficiale navale di Yale.
Ma nell’autunno del 1996 qualcosa fa crollare l’esistenza dorata del giovane Cunanan: da problemi di droga alla fine della relazione con il suo ultimo “benefattore”, un anziano mecenate. Addio locali di lusso, ostriche e champagne, palestre e capi griffati, tasche piene di dollari facili. Andrew piomba nella depressione più nera, si trascura, si lamenta di non riuscire più ad avere appuntamenti sessuali redditizi. Rimpiange inoltre, a detta dei testimoni dell’epoca, quella che definisce l’unica relazione perfetta della sua vita: con David Madson, affascinante architetto di Minneapolis (Minnesota) che ha preso le distanze da lui perché ne disapprova la tossicodipendenza.
Nell’aprile del 1997, dopo una cena d’addio agli amici californiani, Cunanan annuncia loro che lascerà San Francisco per andare, appunto, a Minneapolis, dove ha «faccende personali» di cui occuparsi. Compra un biglietto aereo di sola andata, riuscendo a convincere la compagnia della sua carta di credito a fornirgli i soldi per questo e altri acquisti.
David Madson accoglie bene il suo ex. Nella notte del 27 aprile, due giorni dopo il suo arrivo, Cunanan invita un suo amico, Jeffrey Trail, ex ufficiale della marina di San Diego, e ora impiegato presso un’azienda di gas di Minneapolis, nell’appartamento di Madson. Poco prima delle 22 i vicini sentiranno grida violente e colpi provenire dall’abitazione dell’architetto.


Ma che cosa sta succedendo? La prima teoria sostiene che Cunanan abbia violentemente litigato con Trail che lo rimproverava per la droga assunta. La seconda ipotizza che si sia infuriato dopo aver scoperto che tra Madson e Trail era nata una tresca. Sta di fatto che due giorni dopo la polizia troverà nell’appartamento di Madson il corpo di Trail massacrato con oltre due dozzine di martellate in testa, e avvolto in un tappeto. Ed è l’uccisione di Trail a segnare l’inizio di quella discesa all’inferno di Cunanan culminata con il “suicidio” nella barca di Miami.
Il 1 maggio 1997, un giovedì, Andrew e David, che hanno lasciato la casa di quest’ultimo prima che gli agenti scoprissero il cadavere di Trail, fanno una gita a un lago distante un’ottantina di chilometri da Minneapolis. E qui, usando la pistola di Trail, Cunanan spara alla testa dell’ex amante, ne butta il cadavere nel lago – verrà ritrovato da un pescatore – e si allontana a bordo della Jeep rossa della sua seconda vittima.
 
Tappa successiva: Chicago. Cunanan si insedia nella casa del settantaduenne miliardario Lee Miglin, lo uccide dopo averlo torturato e lo decapita con una sega da giardino. Ruba la Lexus verde di Miglin e punta verso est. A Pennisville, nel New Jersey, uccide il custode del cimitero, William Reese, 45 anni, e fugge sul suo pickup rosso. La sua ultima destinazione, nonché il suo fatale appuntamento con il destino, è Miami Beach, dove il 12 maggio prende in affitto una stanza dell’hotel Normandy Plaza. Il proprietario e una cameriera lo descriveranno come una persona molto gentile, educata e discreta, che non riceve ospiti e non usa nemmeno il telefono. Il seguito già lo conosciamo. L’affascinante ragazzo che sognava successo e ricchezza, e che per procurarseli si vendeva al miglior offerente – la sua stessa madre definì una volta il figlio «una prostituta maschio d’alto bordo» – chiuderà così, a 28 anni non ancora compiuti, una vita di eccessi e violenza criminale, dominata dall’ossessione di diventare qualcuno. E così è stato, ma il suo nome figurerà per sempre nel libro nero dei portatori di morte e non, come lui avrebbe voluto, in quello d’oro dei privilegiati di questa vita terrena.


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