lunedì 8 luglio 2013

Oleg Dou



Quasi tutti nella nostra infanzia abbiamo provato almeno una volta quel senso di imbarazzo derivante da un rimprovero, da un atteggiamento noncurante da parte degli adulti che spesso rimane impresso nella mente dei bambini più sensibili come un ricordo che evoca un senso di vergogna e disagio.





Per alcuni si traduce in insicurezza e inibizione, per altri, come nel caso di Oleg Dou, giovane artista russo, diviene elemento di riflessione e attraverso la sua esteriorizzazione viene trasformato in arte.

 
Influenzato dalla moda e dal surrealismo Dou, prendendo spunto da esperienze personali, indaga i comportamenti umani e analizza il concetto di individualità e di self-expression.


Coniugando la realtà con l’artificialità va alla ricerca di qualcosa che si pone al confine tra il bello e il ripugnante,tra la vita e la morte e come afferma frequentemente il suo obiettivo è quello di obtain the feeling of presence one can get when walking by a plastic manikin”.


Così racconta che l’ispirazione per la serie fotografica intitolata «Toy story» deriva da un episodio, risalente alla sua prima infanzia, che lo ha segnato profondamente: il piccolo Dou, che frequentava ancora la scuola materna, fu fotografato con in braccio un giocattolo, un orso o un cane di peluche, che poi avrebbe dovuto restituire.


È proprio la restituzione del peluche, al quale il bambino si era già affezionato, che crea quella delusione che l’artista nella sua analisi a posteriori attribuisce al comportamento un po’ superficiale degli adulti che, secondo lui, a volte giocano facendo loro assaporare una “fugace felicità in modo che il gioco vero e proprio è rappresentato dal bambino stesso”.


Precise distrazioni cromatiche che immediatamente catturano l’attenzione, come un paio di corna rosse, un naso da pinocchio, in sfondi asettici contribuiscono ad accentuare quel senso di privazione e di beffa.


La sua arte è una combinazione tra fotografia, design e sperimentazione d’avanguardia: una fotocamera digitale e una abile opera di fotoritocco sono gli strumenti di cui si avvale per esaltare l’artificialità e sottolineare l’assurdità dell’omologazione.


Volti perfetti , levigati e privi di individualità identificano plastici androidi che solo apparentemente risultano uguali.


Consapevole che in fondo anche nell’uguale c’è pur sempre un tocco di diversità, Dou fissa l’attenzione sullo sguardo e fornisce il suo personale contributo allo studio dell’animo umano analizzando il concetto di solitudine.


In «Tears» lo sguardo diventa davvero lo specchio dell’anima e le lacrime si traducono in un distillato di dolore, tristezza o felicità a seconda delle emozioni provate.


Ma è senza dubbio «Cubs» (Cuccioli) la più affascinante delle sue creazioni.







Anche qui l’input deriva da un’esperienza personale:

l’imbarazzo provato davanti alla fotocamera con indosso un costume da animale durante una festa di carnevale.


Trae inoltre ispirazione da una particolare tecnica praticata nel XIX secolo, i ritratti funebri.

Così, in questi scatti, attraverso un’ attenta scelta dei costumi, l’eleganza dei dettagli e la compostezza di ogni posa, procura all’osservatore lo stesso disagio da lui provato in tenera età .


L’ uguaglianza non è però staticità e immobilità, ma è un processo che tende ad evolversi, a mutare, come dimostra «Another Face».




Linee e tratti che incorniciano volti assenti e che sembrano quasi prospettare un futuro lifting.


Maschere create per allontanarsi da ciò che siamo veramente, dare forma ad una nuova identità che però non potrà mai celare completamente la storia che lo sguardo di ciascun uomo è in grado di raccontare.



a  m  e  d  e  o  l  i  b  e  r  a  t  o  s  c  i  o  l  i