venerdì 28 giugno 2013

Monumento alle vittime dell’Olocausto di Eisenman a Berlino


La celebre scritta "ARBEIT MACHT FREI" che sovrasta la cancellata d'ingresso del Campo di concentramento di Auschwitz, venne realizzata in ferro nel 1940 dal deportato Jan Liwacz. Pur essendo un cinico slogan nazista già inventato e usato a Dachau, con gli anni divenne efficacissimo per rappresentare l'immane tragedia dei campi di sterminio, fino a diventare, nell'immaginario collettivo, il simbolo di Auschwitz e poi della Shoah stessa.







Con una grafia in lettere sempre maiuscole e a volte anche in gotico, "ARBEIT MACHT FREI", che in tedesco significa "Il lavoro rende liberi", rappresentava il beffardo messaggio di benvenuto posto, in modo ben visibile, all'ingresso di diversi campi di concentramento nazisti prima e durante la seconda guerra mondiale,

dove il lavoro...non liberò mai NESSUNO.



All’interno di una vasta area della città di Berlino è stato realizzato questo monumento alle vittime dell’Olocausto progettato dallo studio Eisenman Architects. Si trova al centro di una striscia che attraversa la città tedesca da nord a sud occupata un tempo dal Muro, circondata da palazzi per uffici, appartamenti e un parco.


Si tratta di una struttura a griglia composta da una serie di blocchi in cemento (circa 2700) di dimensioni 95 x 250 cm con altezze variabili fino ai 4 metri.


Tra un pilastro e l’altro vi sono ulteriori 95 cm e i blocchi non sono caratterizzati da una perfetta verticalità e la loro composizione risulta così mossa. Questo stretto spazio obbliga i visitatori a percorrere il passaggio in fila indiana, creando un senso di isolamento e favorendo dunque una silenziosa contemplazione.


Un ulteriore movimento viene fornito da una certa ondulazione che caratterizza il terreno.
Alle estremità questi blocchi si sollevano appena dal terreno e verso il centro invece assumono altezze sempre maggiori.



Nell’angolo sud-est è posizionato un piccolo centro visitatori caratterizzato da un soffitto cassettonato che riprende la texture dei blocchi esterni.


All’interno numerosi display luminosi illustrano la storia della persecuzione nazista. I blocchi di cemento non presentano incisioni o targhe lasciando spazio ad una forma di rappresentazione essenzialmente astratta.


Peter Eisenman, l’architetto progettista


Peter Eisenman è un architetto americano di fama mondiale, sia per il contributo teorico donato al mondo dell’architettura sia per le realizzazioni pratiche, che rappresentano certamente un patrimonio fondamentale per la disciplina.


Oltre al memoriale per le vittime dell’Olocausto a Berlino, tra i suoi progetti più conosciuti troviamo la Falk House (House II Eisenman), realizzata ad Hardwick nel Vermont(1969) la House VI a Cornwall nel Connecticut (progetto del 1972), il Wexner Center for the Arts, Ohio State University, a Columbus, Ohio (1989), il Nuotani Building ad Edogawa, Tokyo, Giappone (1991), il Greater Columbus Convention Center a Columbus in Ohio (1993), l’Aronoff Center for Design and Art presso University of Cincinnati (Cincinnati, Ohio, 1996) , La città della cultura della Galizia, a Santiago de Compostela, Spagna, (1999), Il giardino dei passi perduti, presso il museo di Castelvecchio a Verona (2004) e l’University of Phoenix Stadium a Glendale in Arizona (2006).


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