venerdì 15 febbraio 2013

007 Quantum of Solace : ESO Hotel



Gli appassionati di James Bond

nel film «Quantum of Solace» si saranno domandati dove fossero state girate le scene finali all'Hotel «Perla de Las Lunas» e dintorni. Siamo a Cerro Paranal nel deserto cileno di Atacama a 2.600 metri di altitudine, uno dei luoghi più aridi del pianeta. L'hotel è la residenza degli astronomi europei. Il motivo di andare in luogo così isolato? Il deserto andino con la sua essenzialità rappresenta lo stato d'animo di Bond.






L'ESO Hotel appare come un progetto inspiegabile. La sorpresa che colpisce nell'osservare le fotografie senza conoscere le motivazioni dell'intervento è grande. Un paesaggio che si stenta ad immaginare terrestre, un insediamento che appare solo grazie ai movimenti del terreno, la terra coperta di ghiaia e sassi scheggiati di un colore rosso ferroso come si è abituati a pensare il suolo marziano. 


 

Un luogo del quale non si percepiscono i limiti ed il cielo, limpidissimo, che fa da fondale a tutta la scena. Non è un hotel turistico. 


La ESO (European Association for Astronomical Research in the Southern Hemisphere) necessitava di un centro che ospitasse i ricercatori ed i tecnici impegnati al Very Large Telescope, a causa delle estreme condizioni climatiche. Le difficoltà relative all'ambiente ostile forniscono la risposta alle scelte progettuali: assenza di acqua e vegetazione, radiazioni solari estreme, venti forti e non controllabili, sensibile abbassamento della temperatura durante le ore notturne, umidità relativa estremamente bassa e possibilità di terremoti.


Ogni aspetto di questo luogo ostile ha suggerito ad Auer e Weber soluzioni sia di tipo funzionale che formale. Protezione e contemplazione sostengono l'intero intervento. La soluzione ipogea deriva dalla necessità di ovviare alle radiazioni solari e ai venti, ma anche per consentire di rimanere al di sotto della linea dell'orizzonte e concedere la vista all'infinito fino all'Oceano. 





La luce gioca un ruolo importante anche nella percezione degli spazi interni. Le camere godono della vista sull'infinito e la luce vi penetra orizzontalmente, mentre gli spazi comuni sono chiusi ai lati e la luce vi entra dall'alto. L'organizzazione interna dell'edificio è essenziale e, proprio per il carattere collettivo dell'insediamento, favorisce l'incontro tra le persone all'interno di spazi dominati dalla presenza di vegetazione che aiuta anche a ristabilire valori idrometrici accettabili. In particolar modo, lo spazio circolare, che rappresenta il cardine dell'impianto planimetrico tra le camere e le zone funzionali collettive, è caratterizzato da una cupola geodetica (chiaro riferimento al telescopio e alla volta celeste) e da un vero e proprio giardino tropicale attrezzato con sdraio e divani.



Nessun giardino è mai stato più artificiale. È l'omologo di un giardino d'inverno in un centro urbano, un luogo onirico, uno spazio interno che si contrappone all'esterno. Esterno che, in questo caso, non è la città ma la natura. E quando la natura, come la città, assume una forma estrema, l'uomo deve proteggersi. Gli spigoli si percepiscono appena, quanto basta per identificare il volume che si innesta nella terra. 




Il prospetto principale, quello corrispondente alla stecca delle camere, propone un disegno seriale determinato da un'alternanza di pieni e di vuoti, in un gioco che favorisce senz'altro i primi. È come se quell'architettura ci fosse sempre stata, come se nascesse da una collaborazione strettissima tra uomo e natura. È difficile non vedere nell'affioramento dei volumi un frammento di Arnaldo Pomodoro. 

Arnaldo Pomodoro, "Sfera in Sfera", Cortile della Pigna, Palazzo Vaticano




Arnaldo Pomodoro, “Sfera 1″, 1963


Arnaldo Pomodoro

Le scelte costruttive sono a loro volta conseguenza del pericolo sismico, di esigenze economiche e della volontà dei progettisti di far aderire l'architettura al luogo. La struttura è modulare e costituita da piccoli elementi connessi in modo molto flessibile. 





Il cemento gettato in opera contiene inerti raccolti sul luogo con l'aggiunta di ossido di ferro come pigmento, affinché il colore della costruzione si armonizzi con il paesaggio. I muri di contenimento sono prefabbricati in cemento e le coperture degli spazi collettivi, illuminati in modo zenitale, presentano una struttura metallica e lastre di policarbonato traslucido. 




La possibilità di un futuro smantellamento della base scientifica è stata prevista attraverso varie forme di "riciclo". La flessibilità dell'impianto consentirebbe un cambiamento d'uso sia a fini scientifici che turistici oppure uno smontaggio totale o parziale. 



Altrimenti, nel caso di un abbandono, il manufatto è tale che il suo deterioramento per cause naturali non comporterebbe contaminazione del paesaggio e dell'ambiente. È come se, nato dalla terra, fosse destinato a tornarci.


Amedeo Liberatoscioli